LA FILARIOSI CARDIOPOLMONARE
La Filariosi
cardiopolmonare è una malattia endemica in molte zone d’Italia, in particolare
in Pianura Padana, essendo la zanzara il suo vettore.
La
patologia può colpire sia il cane che il gatto, anche se nel primo è generalmente
più frequente, poiché nella specie felina la carica parassitaria è
tendenzialmente inferiore.
L’agente
patogeno è Dirofilaria immitis, la cui forma adulta alberga nel
ventricolo destro del cuore e nelle arterie polmonari dell’ospite; questa
stessa forma adulta rilascia nel circolo sanguigno le microfilarie, cioè le
forma larvali. Quando una zanzara compie il pasto di sangue su un soggetto
infetto, assume le forme larvali, che subiscono al suo interno un’ulteriore
fase di sviluppo, finché, quando l’insetto “punge” un nuovo ospite, vengono
inoculate in quest’ultimo, completando così il ciclo di infezione.
Come
detto, inizialmente, le filarie adulte si trovano nel ventricolo destro e nelle
arterie polmonari, ma, aumentando di numero, possono invadere anche l’atrio
destro ed eventualmente la vena cava caudale. In questo caso, è possibile che
venga compromessa l’intera dinamica circolatoria, con conseguenze spesso letali
nella “sindrome della vena cava caudale”.
I
sintomi, osservabili già in una fase avanzata della malattia, comprendono
principalmente tosse, anche con emissione di sangue, dispnea (cioè alterazione
del respiro) ed intolleranza allo sforzo fisico, fino all’insufficienza
cardiaca destra, con un peggioramento delle condizioni generali dell’animale.
E’ possibile anche l’insorgenza di complicazioni legate a trombi, patologie
della coagulazione, emolisi ed emoglobinuria (rispettivamente rottura dei
globuli rossi e comparsa dell’emoglobina in essi contenuta nelle urine).
La
diagnosi si basa sull’anamnesi, sui sintomi, sull’evidenziazione radiografica
delle alterazioni cardiache e dei vasi polmonari e del polmone, eventualmente
anche su elettrocardiografia, ecocardiografia, esame emocromocitometrico e
biochimico del sangue, analisi delle urine. I test specifici generalmente
utilizzati sono il test di Knott, il test di Knott modificato ed un più recente
test ELISA; questi test sono tutti da eseguirsi su sangue. In alcuni casi, sono
possibili dei falsi negativi, per cui il paziente è affetto dalla patologia ma
i test non sono in grado di confermarlo.
La
prevenzione è certamente la scelta più corretta, e mira all’uccisione delle
larve prima che arrivino allo stadio in cui sono in grado di infestare il
cuore. Sono disponibili farmaci da somministrare ogni 30 giorni, per via orale,
ad azione retroattiva, che eliminano le forme larvali eventualmente inoculate
nei 30 giorni precedenti la somministrazione: questi farmaci si somministrano
da maggio ad ottobre, o, meglio, da aprile a novembre. I principi attivi sono
ivermectina, milbemicina ossima o selamectin. In alternativa, è disponibile un
farmaco iniettabile, da somministrare una volta l’anno, a base di moxidectin.
In
ogni caso, è necessario eseguire un controllo con i test sopra citati prima di
iniziare il trattamento profilattico preventivo.
La
terapia ha due bersagli, le forme adulte e le microfilarie. Per le forme
adulte, generalmente, si ricorre alla melarsomina, per via intramuscolare; si
deve porre molta attenzione al dosaggio. In alcuni casi si devono inoltre
utilizzare glucocorticoidi, per alcune forme polmonari. Per la terapia
microfilaricida, si impiegano milbemicina e ivermectina, 4-6 settimane dopo il
trattamento adulticida. Sono possibili complicazioni, per cui il paziente deve
essere mantenuto in osservazione per almeno 6-8 ore; sono esposti a maggior
rischio il Pastore scozzese ed i suoi incroci, per cui in queste razze si deve
considerare il levamisolo come alternativa terapeutica.
In
conclusione, la parola chiave per il controllo di questa patologia è
PREVENZIONE.
Dott.ssa Laura Marazzini